Le vestali del dècoupage

A Spinola Cose di Bambola non è un negozio: è un apostrofo rosa messo fra le vetrine. Le quali, affacciandosi sulla strada principale, vomitano quasi sul marciapiede tutto un delirio di “cosi” dalla funzione assolutamente ignota, ma dall’estetica inequivocabile: sono infatti quegli immondi strafanti pittati, decorati e ornati che amiche di dubbio gusto e zie ti regalano come soprammobili o oggettistica per casa, in occasione delle più disparate feste, convinte, in nome di non si sa quale fede, che siccome sei una donna riempirti ogni scansia dell’appartamento con valanghe di orribili affari inutili faccia parte della tua natura, un po’ come amare i film lacrimosi o essere di umor nero il primo giorno del ciclo.

Ogni volta che ci passo davanti, a me viene un brivido. Pur essendo indiscutibilmente di sesso femminile, da qualche parte del mio DNA ci deve essere una lesione: non solo odio i film romantici e il primo giorno del ciclo non sono più isterica della media degli altri giorni, ma per me gli oggetti devono avere per prima cosa una funzione, e li si compra per questo; secondariamente devono essere fatti in maniera da poterla espletare senza intoppi, quella funzione là per cui li hanno inventati: il che vuol dire che orpelli, nastri, ciocche, decorazioni e ghirigori vari è meglio se vanno a farsi benedire: adoro i piatti bianchi, i tavoli lisci, le mensole fatte a mensola, le teiere che servono per fare il tè, le lampade che illuminano e le tende che, se proprio devono esserci, cadono giù diritte, senza fiocchi e panneggi. Sono il tipo di donna che vivrebbe bene in un ufficio.

Mia cugina Maria Carola a questo mio lato maschile non si è mai rassegnata: da sempre confida che prima o poi la nascosta femminilità farà capolino, e mi costringerà a comprare un servizio di piatti frou frou o un cuscino decorato con il voile. Il mio ribrezzo verso ciocche, pizzi e volant secondo lei non è innato, ma acquisito per via di pessime compagnie e ancor peggiori frequentazioni. La causa prima va ricercata nel mio amore per i computer, e tutti i loro annessi e connessi.

“Stai sempre lì a cincionare con quelle trappole! E poi ti fermi davanti alle vetrine dei negozi di elettronica a guardare le ultime novità! Sei peggio di mio marito! Basta, tu hai bisogno di riscoprire la manualità, di appropriarti del tuo lato femminile! Domani vieni con me, che al negozio fanno il corso di découpage e decoro! Ti ho iscritto, è il mio regalo di Natale!”

Siccome a Maria Carola non so dire di no (anche perché ho paura, è più grossa di me) sono stata costretta ad entrare nel magico mondo di Cose di Bambola. Appena varcata la soglia del negozio, mi sono resa conto che non si trattava di una bottega, ma di una dimensione parallela, come quella che si apre ad Harry Potter dal binario 9 e ¾, ma meno simpatica.

Difatti mi ha accolto la proprietaria, la signora Annabella, una donnetta che unisce capelli improbabili da fata turchina a sguardo da Goebbels. Attorno a lei, con lo stesso occhio spiritato che han di solito gli accoliti di una setta, un’altra decina di donne modello Desperate Housewife de noantri, più o meno tutte delle mia età, vale a dire quei quasi quaranta che vorrebbero tanto essere ancora trenta tondi, ma non lo sono più, ahimè.

“Uhhhhh! Che bello averti fra noi! Prendi una tazza di tè?” ha ciangottato, ammollandomi due baci sulla guancia e un abbraccio, mentre le sgherre sorridevano annuendo, perché il bello di questi tiasi di donne è questo, che si è tutte amiche appena ci si vede, forse anche prima di vedersi, e poi si beve tutte il tè, di quello verde, ecologico e schifoso, una terrificante brodaglia che viene da qualche lontano altipiano del Tibet perché i monaci lo buttano giù a balle intere pur di disfarsi di quell’erba malefica, immagino.

Il tiaso, in realtà, era già in piena attività prima del mio arrivo, ed aveva interrotto solo per accogliermi: ogni adepta aveva infatti davanti un tavolino, e sul tavolino un vassoietto bianco di plastica e una tazza. Sia il tavolino che la tazza belli: quadrati, candidi candidi, senza un disegnetto, senza un ghirogoro, uno sbuffo. Insomma quel genere di cose che io compro subito perché sono proprio come piacciono a me: lisce.

“Che carini!” ho detto infatti, pensando che fossero là per essere venduti.

Frau Goebbels ha sorriso in maniera ancora più nazista: “Oh ma li vedrai alla fine, quando li avremo decorati!”

Infatti, con un gesto veloce, ha tirato fuori da un cassettino una serie di fazzoletti di carta con i fiori multicolori più orribili che mi sia mai capitato di vedere, una cosa che persino la tappezzeria della nonna Gigia, in confronto, pareva la Cappella Sistina: rose rosso menopausa, con foglie verdi gorgonzola andato a male; gigli che si credevano girasoli di Van Gogh, girasoli che giustamente, dato che i gigli si erano fregati il loro giallo, dovevano essersi fatti di LSD, perché erano arancioni con striature violacee ingiustificabili.

“Ora dovete ritagliare!” ha ordinato Annabella la Nazista, e subito, con l’intruppamento tipico delle nazionali di nuoto sincronizzato, la schiera di sgherre-Esther Williams sorridenti ha iniziato prima a sfogliare i poveri fazzolettini (“Bisogna tenerne solo il primo strato, deve essere sottilissimo!” spiegava la Capa) e poi a ritagliare con delle forbicine piccole piccole i contorni dei fiori, così frastagliati di loro da sembrare concepiti apposta per farti venire in mente tutte le parolacce conosciute ed inventarne qualcuna di estemporanea, perché io non sono granché creativa sul découpage, ma per gli smadonnamenti ho dei tocchi di genio.

Dopo venti minuti di sforzi ciclopici per ritagliare il maledetto fazzoletto, e così sudata che quasi quasi prendevo il velo risultante per detergermi la fronte, Annabella la Nazista, tutta soddisfatta, ha sventolato in alto i fiori di carta manco fossero la Veronica.

“Ora li stendete sul vassoio e, senza fare grinze, li incollate sulla superficie passandoci sopra la colla con il pennellino!”

Mentre tutte si chinavano a stendere le pezzuole con la cura piena di venerazione che hanno i rattoppatori della Sacra Sindone, io ho guardato il girasole psichedelico ciancicato che mi ritrovavo in mano, poi ho guardato il vassoio bianco e pulito, quindi ho alzato gli occhi verso Annabella la Nazista, conscia che stavo per scatenare le ire del cielo contro di me, e ho detto: “Ma perché dovremmo incollarlo sopra?”

Annabella la Nazista mi ha fissato per un momento basita.

“Be’, per renderlo più bello!”

“Ma è più bello così!”

Annabella la Nazista ha continuato a sorridere, anche se le piccole rughe ai lati degli occhi dimostravano quanto le costasse. Un rapido cenno di disperazione da parte di mia cugina Maria Carola le ha passato il messaggio: “Vedi tu cosa mi tocca sopportare!”. Al che Annabella la Nazista, impietosita, ha messo su la faccia da missionaria che cerca di spiegare in parole semplici la Buona Novella alla povera indigena di turno:

“Ma con una decorazione sarà splendido! E poi vuoi mettere la soddisfazione di creare una cosa tu, con le tue mani? Avrai un bellissimo vassoio con un fiore invece che uno bianco!”

“Ma se ne voglio uno con un fiore, non faccio prima a comprarmelo già con il fiore stampato sopra, senza perdere tutto questo tempo?”

Ho sentito nettamente i respiri delle accolite strozzarsi in gola, mentre simultaneamente cadeva in pezzi il pilastro principale della loro Fede, ovvero il fatto che le donne sono creative e provano gusto nell’estrinsecare la loro creatività.

Rendendomi conto che avevo infranto ormai ogni regola, per toglierle dall’imbarazzo ho biascicato: “Abbiate pazienza, è che io sono proprio una capra in queste cose…non ci sono proprio tagliata… magari facciamo così, voi fate il vassoio e le tazze e io compro il set già fatto…”

E, salutata velocemente Maria Carola troppo basita per replicare, ho guadagnato velocemente la porta del santuario.

Poi sono andata al negozio di computer, a comprare un nuovo hard disk.

E’ un racconto di fantasia, che non rispecchia corsi di dècoupage o casalinghe frustrate realmente esistenti. Per giunta ci teniamo ad assicurare che per la scrittura di questo post non sono stati maltrattati vassoi né carta di fazzolettini.

 

 

12 Comments

  1. Ricordo che anni fa ho lavorato per una rivista che si occupava esclusivamente di creatività al femminile: decoupage, creazione di oggettini leziosi, punto croce, ecc.
    Dovevo occuparmi di riportare in italiano corretto le istruzioni per riprodurre gli oggetti inventati dalle creative della rivista dopo essermi fatta spiegare come avevano fatto.
    Per me, che venivo dalle riviste di arti marziali, è stato uno shock scoprire che l’Italia era piena di donne (anche giovanissime), il cui unico pensiero era creare culle decorate, riempire pareti di tavole al punto croce, ricoprire qualsiasi oggetto con il decoupage. Un mondo pieno di isterismi del tutto diversi da quelli prettamente maschili delle arti marziali, ma di eguali intensità e aggressività, se non peggiori! Non ho resistito più di quattro mesi. 🙂

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  2. Osta, io pensavo Tu fossi andata a pigliare nastro adesivo nero da pacchi, in vista dei prossimi PIANIBAR….
    😀
    Inchino e baciamano.
    Ghino La Ganga

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  3. @Luigi: Io vedo tutto normale… c’è qualche problema?
    @Ghino: Figurati se una donna come me si fa sorprendere senza nastro da pacchi nero per le occasioni davvero importanti! Tu vieni e prendermi, che organizziamo il giro dei Pianibar… 😉

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  4. Io peró le ammiro, quelle che riescono a incollare un velo di fazzoletto a una tazza senza fare grinze. Sul serio. Non fa per me, ma ammiro la loro costanza e il fatto che hanno incanalato certe frustrazioni comuni a molte donne in qualcosa che (dicono) amano fare.

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  5. tremila nni fa feci un cofanetto decoupato con silhouettes di carri armati della prima guerra mondiale: una figata.

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  6. Ai miei genitori, che fanno i medici nel paesello in cui abitiamo, regalano continuamente quadri di cavalli argentati. L’anno scorso è arrivata loro addirittura la versione 3d. Non so, onestamente, cosa sia peggio!

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  7. Mi presento brevemente: il tuo ammiratore da spiaggia. 🙂

    Eterna discussione con la (dolce) metà! Anche io odio soprammobili inutili e oggettistica variamente imbrattata di colle, stucchi e fronzoli.

    Rimane il fatto che a volte mi piacerebbe personalizzare un po’ casa mia con oggetti belli da osservare e che modificano l’atmosfera.
    Raramente ho visto qualche tessuto così ben disegnato da sembrare un quadro: perchè non appenderlo per un po?
    Ho sempre apprezzato i caminetti ma ovviamente sono improponibili: perchè non prendere uno di quei centrotavolini all’etanolo, sobrio in vetro, che fa una fiamma calda e guizzante quando lo vuoi accendere?
    Ho visto un candelabro a parete che sembra un albero 2d ed ad ogni ramo corrisponde una candelina: perchè non ipotizzarlo in una casa adeguata o, se rimovibile, in un contesto natalizio?

    Il problema è che molti di questi oggetti del decoupage che descrivi non hanno un perchè, ma un oggetto bello a volte ha un perchè, soprattutto in un dialogo con chi l’ha posizionato. Poche cose ma che catturino l’attenzione, valorizzate.

    Spesso per alcuni questo tipo di valorizzazione sono inconcepibili.

    A proposito di un esperienza simile con un vaso, un mio professore d’arte mi ha fece eseguire un vaso artistico con acrilico e caratteri cinesi: alla fine lo spessore della carta dava ai caratteri la sensazione dello spessore dell’inchiostro e conoscendone i significati, che i ragazzi si erano scelti, era diventato un oggetto di un lavoro meditativo. Solo in questo modo concepisco questo tipo di lavori.

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