Non chiamatelo apostata. Giuliano, l’imperatore che sopravvisse ai cristiani

Giuliano l’apostata, l’ultimo imperatore pagano. Intellettuale schivo finito sul trono dopo essere sfuggito agli eccidi dei parenti, cercò di restaurare il paganesimo, ma il destino lo colpì a tradimento. 

Si fa presto a dire l’apostata. Giuliano l’apostata, intendo. Provate voi, dico io, a venire su in una famiglia che pare immaginata da Stephen King, perché l’orrore è sempre dietro l’angolo, e sopravvivere ai parenti cristiani richiede tutta la benevolenza degli dei.

Giuliano l’apostata, un principino salvato per caso dall’eccidio di parenti cristiani

Giuliano, che non era ancora Giuliano l’apostata, ma Giuliano e basta, era un principino discendente da Costanzo Cloro, ma dalla parte sbagliata. Cioè, da quella che in realtà avrebbe dovuto essere la parte giusta, in quanto suo padre Giulio Costanzo era il figlio legittimo di Costanzo Cloro e Teodora, figlia dell’imperatore Massimiano. Costantino invece era il figlio di primo letto, anzi per meglio dire un bastardo. Costanzo sua madre Elena, una cristiana che faceva la serva in una locanda, non l’aveva nemmeno mai sposata: se l’era portata appresso come concubina. Quindi, diciamocela tutta: se a Costantino davi del figlio di puttana non era nemmeno un insulto, ma un termine tecnico.

Costantino il grande, un bastardo sul trono

Però i giri della Storia sono strani. E così Costantino il bastardo era divenuto signore dell’impero, e i fratellastri erano caduti nel dimenticatoio. Anzi, magari se li fossero dimenticati. In realtà alla morte di Costantino Costanzo II, il figlio, si ricordò dei parenti, tutti, per farli sterminare. Il padre di Giuliano, il fratellastro e tutti i cugini finirono ammazzati, senza avere altra colpa che essere dei discendenti di Costantino. A salvarsi da questa carneficina Giuliano e suo fratello Gallo. Non si sa perché. Giuliano era un bimbetto gracilino di sei anni, Gallo un adolescente malaticcio. Forse Costanzo sperò che magari la natura li avrebbe fatti morire da sé. Quando si dice la pietà cristiana.
I due per tigna, o volere divino, invece sopravvissero. Un’adolescenza e una giovinezza da semiprigionieri, tenuti in ville nascoste ai margini nell’impero, gabbie dorate in cui precettori li spiano, più che istruirli. Giuliano, che è portato per gli studi, ce la mette tutta a convincere gli imperatori che lui è solo un esangue intellettuale, inutile e poco pericoloso. Forse ha letto abbastanza Svetonio per sapere che con quella tattica il buon Claudio era arrivato al trono. Più probabilmente in quella famiglia impari subito che stare in disparte è l’unico modo per arrivare vivi alla maggiore età, e non sempre.

Giuliano, il ragazzino che amava gli dei greci

Quindi Giuliano studia. Studiando si imbatte nei vecchi dei cantati da Omero e dai greci. E si innamora. La Bibbia e i Vangeli gli dicono poco, e del resto è difficile credere alla bontà dei cristiani, perché cristianissimi sono i parenti che gli hanno sterminato genitori e fratelli. Invece Achille, e Ettore, e Giove e Mitra sono i suoi miti, nel senso letterale del termine. Ad Atene, dove lo confinano, si circonda di retori pagani e cultori della poesia ellenistica. Si fa iniziare ai misteri eleusini, ai riti di Mitra, persino alla teurgia che gli consente di evocare i demoni. Insomma, non ci vuole Freud per capire che a Giuliano qualsiasi religione va bene, purché non sia quella cristiana.

Giuliano sul trono quasi per caso

Poi, di botto, non capisce nemmeno lui perché, lo chiamano a Milano. Giuliano pensa che per lui sia finita e vogliano condannarlo a morte, visto che Gallo, suo fratello, ci ha già rimesso la testa. Invece lo nominano Cesare, cioè erede al trono. E lo mandano in Gallia, a combattere.
Giuliano non ha mai visto un campo di battaglia, e di soldati solo quelli che lo tenevano sott’occhio come prigioniero. Da bravo intellettuale, affronta la questione a tavolino: si mette a leggere Giulio Cesare. Evidentemente lo capisce bene, perché una volta in Gallia combatte e vince. Le legioni lo amano, si fidano di lui.
Costanzo II, che di GIuliano non si è mai fidato, decide allora di portargli via un pezzo di esercito, con la scusa che lo deve spostare in Asia a combattere i Persiani. Ma Giuliano e i suoi soldati non ci stanno. Le legioni si ribellano e nominano Giuliano imperatore. È guerra. Ma Costanzo, alla fine, gli fa la cortesia di morire prima di uno scontro vero e proprio. E Giuliano diventa imperatore, anche per mancanza, causa sterminio dei parenti, di altri possibili candidati.
Ora che l’impero è suo, vuole rimetterlo in sesto. Sfoltisce con il machete (anche se all’epoca non c’era) la burocrazia imperiale, e già che c’è ne approfitta per far fuori tutti quei delatori e leccapiedi doppiogiochisti che ai tempi di Costanzo gli hanno fatto più volte rischiare la testa. Si mette accanto una schiera di uomini suoi, e fidati: i suoi vecchi maestri, i collaboratori militari. È un imperatore giovane e convinto che il vecchio impero sia modificabile e gestibile. Si ispira a Traiano e ad Adriano. Imperatori pagani, come pagano vuole ritornare lui. Si sente un nuovo Eracle, inviato dagli antichi dei per rinnovare la potenza di Roma. E quindi decide che la sua grande missione sarà sconfiggere i nemici più pericolosi di sempre, che si trovano ai confini orientali: i Persiani.

Giuliano e la spedizione in Asia contro i Persiani

Parte, convinto dagli auspici favorevoli tratti dai sacerdoti pagani di cui si circonda. Quando arriva ad Antiochia i cittadini della ex capitale dell’impero, sofisticati e per giunta cristiani, vedono male quell’imperatore così strano, che ama gli antichi templi, ma poi si aggira vestito di semplici tuniche, con la barba e i capelli un po’ arruffati, e si comporta come un uomo alla mano, disponibile con tutti. Lo odiano, e lui non riesce ad entrare in sintonia con quella città amante dei piaceri e bigotta nel cristianesimo. Per spregio gli incendiano un tempio che lui ha fatto restaurare, lui chiude la cattedrale cristiana. Giuliano e gli antiocheni non si prenderanno mai e lui li considererà dei presuntuosi buzzurri.
Ma il suo sogno è conquistare la Persia, come Alessandro. Arrivare laddove nemmeno Traiano era giunto. Così Giuliano nel maggio del 363 si inoltra e combatte contro Sapore, il re persiano. Vince sul campo, ma non basta. Arriva fino a Ctesifonte, ma qui si rende conto che è impantanato, con l’esercito di Sapore che lo tallona e lo logora, e truppe romane che dovrebbero arrivare e non arrivano.

Chiamatelo semplicemente Giuliano

La morte lo coglierà all’improvviso, nel giugno del 363 d.C. Scoppia una scaramuccia, Giuliano accorre senza corazza, e un giavellotto lo ferisce ad un fianco, piovuto da chissà dove.
Muore nella sua tenda, dopo aver parlato con gli amici, che sempre gli furono accanto e lo piansero, perché quel ragazzo di 32 anni, che era sopravvissuto a eccidi di parenti e a mille insidie, era in fondo un uomo rispettato e cui era facile voler bene.
Regnò venti mesi, e a suo modo lasciò un segno indelebile nell’impero. Quello dell’ultimo pagano che voleva risuscitare la grandezza di Roma.Non chiamatelo l’Apostata, non se lo merita.
Chiamatelo semplicemente Giuliano.

2 Comments

  1. hai un modo accattivante per raccontare i fatti della storia come se questa fosse un romanzo dove gli attori sono i personaggi.

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