Quando nasce Venezia? Pipino re d’Italia e la spedizione in Laguna

Accadde oggi: Quando nasce Venezia? Uno dei momenti di svolta nella storia di Venezia fu la guerra contro Pipino re d’Italia, figlio di Carlo Magno, morto oggi, 8 luglio del 810.

Pipino, il re d’Italia figlio di Carlo Magno

Pipino, tanto per cominciare, non si chiamava Pipino. Alla nascita si chiamava Carlomanno, come il fratello defunto di papà Carlo Magno. Ad un certo punto però gli cambiano nome. Un po’ perché Carlomanno era il nome appunto dello zio, che si era rivoltato contro il padre Carlo e ci aveva rimesso le penne. Un po’ perché nella famiglia dei Carolingi Pipino era il nome del primogenito e dell’erede designato. Carlo infatti aveva chiamato così il suo primogenito, Pipino il Gobbo. Che però era gobbo, e probabilmente anche inaffidabile, visto che Carlo Magno è costretto a diseredarlo perché si ribella e cerca di rovesciare il papà. Quanto a congiure e lotte intestine, la famiglia di Carlo Magno dà sempre grandi soddisfazioni.

Pipino re d’Italia e lo scontro fra Oriente e Occidente

Pipino, diventato Pipino, viene insignito del titolo di re d’Italia. Il padre gli affida la gestione della penisola, che è sempre fonte di grane. È un territorio, oggi come allora, che fa da ponte fra l’Europa e l’Oriente. Oriente vuol dire impero bizantino. E i Bizantini con i Carolingi non incocciano proprio. Questa cosa che Carlo Magno si è proclamato imperatore non l’hanno digerita per nulla. Dunque sono lì, appostati come falchi, nell’attesa che i Carolingi facciano una scemenza. Pipino, in pratica, è re d’Italia nella peggiore delle situazioni possibili: con il papà Carlo Magno che lo controlla da Nord e i Bizantini che lo monitorano da Oriente. Pipino, l’uomo che visse tutta la vita con il fiato di qualcuno sul collo.

Quando nasce Venezia? La laguna veneta e gli insediamenti sparsi

Intanto dobbiamo fare un zoom, e andare a vedere che cosa succedeva in quella che oggi chiamiamo Venezia. E allora era ancora un immenso boh, nel senso che non era ben chiaro cosa fosse di preciso.

A partire dalla caduta dell’impero negli isolotti della laguna (che allora era molto più ampia) si erano create diverse comunità. Erano legate fra loro, ma anche in parte indipendenti. Le principali erano a Eraclea, città di fondazione bizantina in quanto collegata al nome dell’imperatore Eraclio, e Malamocco.

I primi dogi e lo scontro fra amici dei Bizantini e amici dei Franchi

Questo strano puzzle fra isolotti, terre emerse e barene, era governato da dei personaggi locali. All’inizio avevano il titolo bizantino di Tribuni Militum e dovevano avere una sorta di benestare da parte dell’esarca bizantino di Ravenna. Ma dopo l’invasione dei Longobardi e poi la venuta dei Franchi gli antichi veneziani avevano imparato ad eleggerseli da soli, e avevano cominciato a chiamarli dogi, che era la resa venetica del latino dux.

Siccome noi italiani non sappiamo resistere alla tentazione di dividerci in fazioni, anche nelle antiche isole della laguna di Venezia si erano formati due partiti. Uno filobizantino e uno filofranco, che naturalmente si legnavano vicendevolmente con gran gusto e determinazione.

I Galbaio e il patriarca che volò dalla torre

Nel 796 la situazione era questa. Mentre Pipino re d’Italia combatteva ai confini del Friuli per contrastare gli Avari, la famiglia Galbaio, che proveniva da Eraclea e quindi era filobizantina, si sposta a Malamocco. Aveva avuto un antenato, Maurizio, che era stato tribunus militum, e ora aveva Giovanni che si era fatto eleggere doge assieme al figlio, Maurizio II. I Galbaio avevano un problema. Volevano controllare le isole della Laguna, ma il partito filofranco gli si opponeva, spalleggiato dal clero. Il capo di questa opposizione era il patriarca di Grado, che aveva giurisdizione anche sulla laguna di Venezia, in quanto erede della vecchia sede di Aquileia, diocesi fondata ancora in epoca romana. I Galbaio risolvono la questione con il tipico sbrigativo tocco del Nordest. Vanno a Grado, prendono il patriarca prigioniero e lo fanno volare giù dalla sua stessa torre.

La cacciata dei Galbaio, Obelerio Antenoreo e i Franchi alla riscossa

I Franchi e Pipino non presero proprio bene il volo dell’angelo del patriarca. Così organizzarono una insurrezione, in cui i Galbaio vennero cacciati e fu eletto doge (a Treviso, figuratevi quanto potevano amarlo i Veneziani!) Obelerio Antenoreo, un tizio che al nome orribile univa il fatto di avere per moglie Carola, una donna franca.

Pipino messo un suo uomo a capo delle lagune pensò di poter imporre anche un tributo ai veneziani. Dimenticando che a Nordest, anche se ti hanno acclamato fino al minuto prima, ti odiano subito se cerchi di far pagare loro le tasse.

Obelerio si trova in una posizione molto scomoda, perché è doge e appoggiato dai Franchi, ma i Bizantini non stanno con le mani in mano. L’imperatore Niceforo, infatti, si è scocciato, e manda una flotta in Adriatico per ribadire ai Veneziani e soprattuto a Pipino che la laguna è roba sua. Obelerio si ritrova con i Bizantini quasi in casa, e viene folgorato sulla via di Costantinopoli. Si dichiara fedele suddito di Niceforo, che gli invia persino una spada in regalo, nominandolo protospatario. Uno di quei titoli altisonanti che non vogliono dire granché ma fanno molta scena sul biglietto da visita.

Pipino e la campagna contro i Veneziani: da Malamocco a Rialto

A questo punto Pipino s’incazza. Ha la sua flotta in Dalmazia e la porta a Comacchio, dove dà una solenne legnata ai Bizantini, e decide quindi di dirigersi in laguna a mettere bene le cose in chiaro. Nelle isole veneziane scoppia il panico. Il doge Obelerio perde in fretta il potere. A succedergli è Agnello Partecipazio, doge filobizantino. Agnello capisce che Malamocco non è più un posto sicuro, troppo esposto a possibili attacchi di Pipino. Così prende una decisione che sarà la svolta nella storia di Venezia. Sposta il centro del potere a Rivoalto, cioè nella attuale area di Rialto-San Marco. Più interna e meglio difendibile, l’area viene attrezzata in fretta, gli isolotti connessi da ponti e fortificati. La leggenda vuole che il doge mandi una sua figlia a distrarre Pipino mentre lui edifica la nuova sede. Fatto sta che Pipino e i Franchi provano ad assediare la laguna, ma senza grandi risultati. Ad un certo punto tentano un atto di forza nei pressi di Albiola, cioè l’attuale Portosecco, ma perdono malamente. Gli abitanti delle isole conoscono la loro laguna, e fanno incagliare le navi franche nelle secche, per poi ridurle in cenere facendo strage di Franchi.

La fine ingloriosa di Pipino e la pace di Aquisgrana

Sconfitto, Pipino si ritira. In laguna si è preso pure un malanno. Morirà poco dopo, l’8 luglio dell’810 appunto, lasciando il padre nelle rogne anche per la nuova successione. Carlo Magno e Niceforo si mettono ad un tavolo per trattare. Ne verrà fuori la Pace di Aquisgrana dell’812. Partecipazio fu riconfermato doge, di Obelerio si perdono le tracce. Nonostante Niceforo sia fatto fuori in guerra, alla fine il successore Michele firma la pace con Carlo Magno. Gli consente di usare il titoli di imperatore ed augusto, purché Carlo ammetta che la laguna di Venezia e le parti costiere dell’Istria e della Dalmazia dipendono da Bisanzio e non dai Franchi.

Pipino re d’Italia muore tossicchiando. Alla fine il nemico che trionfa su tutti, in laguna, è sempre l’umidità.

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