Sprechi culturali

mario sironi cavallo e cavaliere

Antonia arriva trafelata, appoggia le borse sul trespolo del bar, butta la mantella sullo schienale e ordina un té, ovviamente verde, perché da quando s’è letto che brucia i grassi, noi donne beviamo solo quello.

Mamma mia, scusami il ritardo, ma il Consiglio di Classe, sai, si è allungato all’infinito…” dice, e io sorrido, perché ho passato il tempo a chiacchierare con la cameriera, che mi ha visto tenere in mano l’ultimo romanzo di *****, noto archeologo che s’è messo a scrivere best seller di gran successo, ambientati nel mondo antico.

Antonia crolla sulla sedia, senza degnare di uno sguardo il volume sul tavolo, è troppo stanca e scocciata. Insegna al Liceo Classico. Non nella sezione staccata di Spinola, che era figlia di un Dio minore fin dall’inizio, e poi negli anni, per sopravvivere, s’è dovuta ibridare inglobando alcune sezioni di scientifico addirittura senza latino e infine – orrore! Orrore! – una di linguistico e financo una di sociopedagogico, per estinguersi infine causa mancanza di iscrizioni; proprio al Liceo Classico centrale, del Capoluogo, quello ancora e sempre solo Classico, che ha un palazzo con atrio che pare un piazzale, scalone di marmo fascista e, detto per inciso, anche un’infilata di professori e professoresse che, come teste, con il marmo fascista hanno numerosi tratti in comune.

Ha qualche anno più di me, Antonia, e abbiamo fatto assieme l’università, il dottorato, condiviso un paio di contratti di collaborazione dopo; assieme abbiamo preparato il concorso e assieme l’abbiamo vinto, e assieme siamo entrate di ruolo alle medie. Lei però c’è rimasta giusto il primo anno, per poi chiedere passaggio di cattedra ed arrivare al Liceo, perché alle medie, in mezzo ai pupetti, no, proprio non ci si trovava; io invece, che forse sono più pigra, alle medie mi ci sono trovata bene, i pupetti, anche se non l’avrei mai creduto, mi fanno tenerezza, insegnare lì mi diverte e mi interessa.

Ogni anno, quando sa che non ho presentato domanda per passare al Liceo, Antonia mi guarda con fare materno un po’ incazzato: “Ma sei sprecata alla medie! Che cosa ci stai a fare lì, vieni da noi!” E io nicchio, perché, per carità, a me il latino e il greco piacciono, ma solo l’idea di dover entrare tutti i santi giorni dentro a quell’androne cupo, di marmo grigio fascio con sopra un affresco che vorrebbe essere Sironi e manco lo è, e sparse attorno lapidi ducesche in ricordo di colleghi antichi dalla facce ingrugnate, che fanno il paio giusto con quelle ugualmente ingrugnate dei loro epigoni moderni, mi mette addosso una vagonata di angoscia che non sono più capace a togliermi di dosso. Ad un paio di cene cui mi ha invitato, ne ho anche conosciuti alcuni, dei colleghi che incontrerei lì, Preside compreso. Tutte persone stimatissime, ci mancherebbe; ma a sentirli parlare fra loro parevano una setta, fatta e finita: sono tutti ex allievi del liceo dove sono finiti ad insegnare, tutti si conoscono dai tempi del ginnasio, e immancabilmente tutti, di sinistra e di destra, al di là del colore politico e della provenienza familiare, hanno metabolizzato la “spocchia da Liceo Classico”, cioè l’incrollabile convinzione che essere transitati per quei banchi fra i quattordici e i diciotto anni li abbia automaticamente resi qualcosa di diverso e di meglio rispetto a tutto il resto, una aristocrazia mentale che capisce le cose e soprattutto le sa.

È tutto un citarsi addosso motti in latino e meglio ancora greco, con l’aria di chi si dà di gomito e ammicca, un po’ come da piccoli si faceva quando s’era inventato un alfabeto segreto. I colleghi che vengono da fuori, o non hanno fatto il classico, magari da qualche altra parte, sono emarginati dai risolini, dagli accenni velati, dalle mezze frasi di amabile dileggio, che poi colpisce ancor più duro se, sia mai, una o uno è “una maestra laureata” o un “perito che s’è voluto far dottore”. Ma anche il resto dell’universo creato è diviso in chi ha fatto il liceo e chi no, per cui mariti, mogli, compagni e conoscenti sono valutati in base al fatto di aver avuto o meno accesso al loro empireo scolastico, perché un medico o un avvocato che han fatto prima il classico sono proprio un medico e un avvocato, e gli altri sì, avranno magari il titolo, ma proprio proprio la dovuta allure no.

A me rompe ed ha sempre rotto grandemente le balle, questa idea della cultura usata come un mazzuolo, mulinato per tenere alla distanza la massa e sentirsi parte di una élite: non ci trovo niente di particolarmente intelligente nell’usare Tucidide come l’equivalente di una borsa di Luivuittòn: io ce l’ho e tu, brutto zotico, non te la potrai mai permettere, tié.

Ma ad Antonia tutto questo sfugge: le volte che ne abbiamo parlato, neppure ha capito quale fosse il problema, e continua a pensare che lavorare alle medie sia uno spreco, visto che tre quarti dei ragazzini che ho in classe andranno a fare i periti, o i meccanici, o le estetiste, non il Liceo, e dunque non è logico né funzionale che si investa su di loro tanto tempo, o gli si cerchi di dare una infarinatura generale: se sono destinati ad avvitar bulloni, tanto varrebbe insegnargli solo quello fin da subito, così non rompono il cazzo dopo. Perché se si fanno illusioni, poi, gli zotici creano confusione e scompigli. Difatti, quando l’occhio finalmente le cade sul romanzo di cui prima parlavo con la cameriera, ha una smorfietta di disgusto.

Uh sono andata a sentirlo presentare ‘sto volume, l’altro giorno– dice – c’era una ressa…gente che di storia antica non sa una mazza, che ci va a fare lì?”

Be’, appunto, vogliono saperne qualcosa…” faccio io.

Ma cosa vuoi che ne capiscano! E poi, anche lui, ora che è in pensione, darsi a questi libriccini così..”

Magari qualcuno comincia con quelli, e poi, piano piano, arriva a leggere cose più specifiche. O magari si ferma anche lì, ma intanto sa qualcosa di più. Poi, da qualche parte bisogna pur cominciare, no?”

Mah, secondo me tanto vale che non sappiano nulla, se poi ci si deve fermare a quello.. la cultura è una cosa seria.” Fa una ulteriore smorfietta, e dà un cenno imperioso alla cameriera, per indicarle che vuole un altro té.

Chissà che penserebbe di me pure, se leggesse questo blog.

Al solito, è un racconto di fantasia, che non fa riferimento a persone, luoghi o avvenimenti reali. Anche perché evito di frequentare colleghe così stronze.

15 Comments

  1. Sei sprecata in questo blog, dovresti pubblicare un libro di novelle sul provincialismo di Spinola e dei suoi abitanti. Simpatico e credibile il ritratto che fai degli insegnanti che ostentano la loro scolastica erudizione in greco e latino.

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  2. Bel racconto e pure molto vero 😉 Fortunatamente ritengo che insegnare alle medie sia una gran bella cosa, almeno le pulzelle e gli ormonati lo sono ancora ad un livello che non ottenebra l’intelligenza (avendola). Anzi seppur periti o estetiste alla fine quel seme che si getta potrebbe anche proliferare. Ricordo bene che fu la mia insegnante delle medie a farmi amare la storia e la letteratura pur rimandandomi a settembre tutti gli anni (si usava così) in latino, tanto che anche di quello a distanza di tanto tempo ne so più dei liceali.
    Ciao Ross

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  3. Quoto il “simpatico e credibile il ritratto… degli insegnanti che ostentano la loro scolastica erudizione in greco e latino”, vergato dal sig. Train di suo pugno, durante una pausa.
    Effettivamente, se uno insegna alle medie, quando badila cultura classica non ostenta, perché insegna alle medie. Se invece insegna al classico me n’imbelino se ostenta… La signorina però neppure se insegnasse al classico, perché è cultura classica, sì, ma non scolastica. Allo stesso modo, il sig. Train, dal momento che insegna storia e filosofia, ma non ne scrive mai, e sul suo blog ramazza nobili juochi, non ostenta cultura, tanto più che i nobili juochi, nonostante i Suoi lamenti, ancora non sono stati inseriti nei programmi scolastici… anche se con l’autonomia, magari all’Asinara… neh? Comunque sia, mi pare che tutto fili, nel mio sorite.
    Però belin sig. Train, ascolti quest’altro sorite: come diavolo può scrivere che la signorina Galatea è sprecata nel suo proprio blog? Pazienza se scrivesse sul Suo di Lei, sig. Train… Ma che uno sia sprecato sul suo proprio blog… Vabbè, sarò io che non capisco e perciò il mio entimema è fallace, e in tal caso non arriva neppure alla dignità di sorite. Se non ha capito, fa niente, sig. Train, io e il sig. Aureliano ci saremmo capiti benissimo, e magari invece di andare a dare soddisfazione alla Persia che ci aspettava in calore ci saremmo fermati in Cappadocia a fare una vacanza stilobatica e magari, per atavismo più che per coraggio o per aspirazione alla purezza (o, se Lei vuole, alla pulizia), avremmo ripetuto il gesto di Origene, e dalla colonna LO avremmo buttato ai cani randagi, lui quello di Moravia che non è neanche cultura classica, che a quei tempi pullulavano, persino in Cappadocia. Ora me ne vado di là a scrivere una badilata sui cani randagi in Cappadocia nel terzo secolo d.C…. e se mi girano le balle, ci aggiungo anche un breve saggio su astrazione e contingenza nei secoli bui, che poi ai tempi del mio amico Aureliano già erano stati concepiti, anche se non ancora partoriti con dolore.

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  4. @->Lector: No, non è il Franchetti. A dire il vero non conosco neppure nessuno che insegni là. La “spocchia da classico è un fenomeno che però penso sia diffuso in molti licei. 🙂

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  5. La spocchia da classico è diffusissima in particolare nei licei tecnologici, ma fa disastri soprattutto nelle scuole medie, dove per fortuna `e moderatamente diffusa.

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  6. c’è stata un’epoca della vita in cui pensai di insegnare, avevo nella testa due alternative: le medie e l’università. le prime perché la voglia di studiare me l’avevano fatta venire lì e perché i ragazzini non sono ancora in preda a tempesta ormonale. la seconda perché la tempesta ormonale dovrebbe essere passata. 🙂

    penso anche che l’affrontare la cultura nel modo che descrivi (con spocchia, come appunto fosse un vestito di marca) è un modo per ammazzare la medesima, la cultura se non condivisa, se non resa accessibile, non esiste, è solo “un alfabeto segreto” da ragazzini delle medie 😀 ergo viva le tue badlate di cultura!!!

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  7. Io gli spocchiosi da liceo classico li ho sempre trovati buffi.Magari è una forma di spocchia mia, ma mi sembrano incazzati col mondo perchè non apprezza abbastanza la loro cultura.

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  8. Mi era sfuggito il sig. Marcello. Quoto anche lui. Ha messo il dito nella piaga, e anche nella piega. Conosco il fenomeno sulla mia pelle: sono incazzatissimo con il mondo che non apprezza la mia cultura.
    Invece la signorina, visto che, se non il mondo, almeno il codazzo la apprezza, soprattutto quando vernicia bene il niente altrui, bene fa a badilare. In caso contrario rischierebbe d’esser presa per una spocchiosa da scuola media.

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  9. Se io facessi parte di questa elite con la spocchia da Liceo Classico starei bene attento a non confondermi con quelli che ne sono entrati a far parte da un certo anno in poi, da quando come ben si sa la valorosa scuola italiana si trasformò in diplomificio, con grande soddisfazione di tutti i baroni addetti ed i loro stuolo di aggreppiati.
    Pace e bene

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  10. Signor Fracaz, questo suo commento ci pare estremamente imprudente. Non tanto perché il sig. Train è un permalosone, e ci vuol poco perché si senta chiamato in causa, ma perché anche la signorina Galatea è un giovane virgulto, e non le dev’essere passata inosservata la Sua frase sul diplomificio con annessa problematica cronologica.
    Comunque non ce la prenderemmo, al posto della signorina Galatea; persino nei panni del sig. Train non ci turberemmo tanto. Basta sapere da che testa di fracaz vien la predica.

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  11. Pare che, ovunque vada, abbia il destino di essere sprecata, cara Galatea!
    Adoro l’immagine della cultura usata come una luisvuitton. La userò – posso?

    Sì, il problema delle elite culturali che ti spadellano in faccia che loro hanno studiato e tu no è particolarmente cruento in Italia, dove poi quello che conta sono solo i ‘schei’. I quali, si sa, non vanno molto d’accordo con la cultura (ripeto, solo in Italia, però).

    Cmq. dovresti imparar a tirar bulloni: a volte la saggezza e sapienza pratica fanno le scarpe al saperuccio libresco mandato a memoria solo per impressionare (e impressionarsi). In fondo, ‘scarpe grosse, cervello fino’ mica è un detto moderno, no?

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