A fari accesi nella notte. Malinconia da quasi quarantenne italiana.

L’altra sera, a scuola, era convocato il Collegio Docenti. Tutti gli insegnanti odiano più o meno ferocemente i Collegi Docenti, perché sono sempre stati delle riunioni fiume in cui si discute ore per votare, alle fine, documenti che sono quelli che il Preside aveva già in mente di far votare all’inizio. Invece ci siamo seduti, abbiamo letto il verbale, approvato le due/tre delibere che si dovevano approvare per obbligo di legge, poi abbiamo concluso e siamo andati via. Inutile discutere, accapigliarsi, come gli anni scorsi, su progetti, ore aggiuntive, piano dell’offerta formativa, corsi di aggiornamento: non ci sono soldi.

Rientrando in macchina, con Marta, la collega cui do o scrocco un passaggio a seconda delle giornate, ci siamo fermate in un fitness club che è di strada, per prenotarci una seduta di massaggi. Gli anni scorsi non ci riusciva mai di ritagliarci un attimo, fra compiti da correggere, e schede e lezioni da preparare. Ma quest’anno, lo confesso, fin da settembre ci siamo date una regola: basta. Si fanno solo i compiti nella dose minima necessaria prevista dal Ministero, e gli approfondimenti in classe, i power point preparati a casa, solo se riciclati da quelli già pronti: del resto le ore sono meno, e quindi bisogna ridurre all’osso il programma: meglio seguire pedissequamente il libro con le esercitazioni già pronte, cosa che, peraltro, rende assai più felici anche i genitori. Se una poi volesse aggiornarsi, fare corsi o altro, non solo non viene retribuita, ma neanche incentivata. Quindi, perché? Il risultato è che abbiamo più tempo libero per noi. Dunque via di massaggio e sauna, dato che al fitness club, complice la crisi, hanno anche pacchetti a prezzi stracciati. Quando il lavoro non ti dà più molte soddisfazioni, prende un gran voglia di dedicarsi un po’ esclusivamente a sé.

Saremo due statali fannullone, forse, ma il clima fra gli altri conoscenti non è diverso. La sera, a cena, Claudio, l’amico consulente d’azienda, diceva la stessa cosa. Lui di lavoro ne avrebbe, a bizzeffe, con le fabbriche che falliscono al ritmo di una al giorno, e gli imprenditori in coda a chiedergli consigli su come ristrutturare o andare a concordati con i creditori. Ma ha rallentato il ritmo, si prende più tempo per sé, per fare vacanze con la famiglia: ha smesso persino di fatturare le consulenze, perché è conscio che molte aziende non sarebbero in grado di pagare, e da mesi va avanti con quanto ha accantonato in passato, che fortunatamente basta per garantirgli un tenore di vita abbastanza agiato per il futuro ed il presente. Produce meno, parla del vago progetto di comprare un agriturismo, magari nel sud della Francia, un rustico occhieggiato nel corso dell’ultimo viaggio,  e andarsene là con moglie e figli, a fare l’oste e il fattore.

L’altro amico, Giovanni, dentista, grazie ai soldi di famiglia che ha sul conto corrente per via di padre e nonni ugualmente medici, lo studio lo tiene aperto, beato lui, solo tre mesi all’anno: negli altri ha deciso di girare il mondo con la sua barca a vela. Famiglia non ne ha, legami nemmeno: “Che devo stare, qui al gelo ad aspettare che me li mangi il Governo?”dice, con una punta di incomprensibile risentimento. No, certo, goditeli in mare, fai bene.

I due amici che per anni si sono arrabattati fra cooperative sociali e progetti di recupero per tossicodipendenti, ragazzi con disagio, extracomunitari, famiglie in crisi, hanno smollato il colpo anche loro. Sì, sono sempre dentro alle cooperative, ma hanno optato per il lavoro d’ufficio, non più sul campo: orario regolare, paga fissa. Non di che scialare, ma tempo libero per seguire i propri hobby ed interessi, chiedere il mutuo per comprare casa e regalarsi qualche week end low cost in stagioni non troppo alte e in posti non troppo lontani. L’amico avvocato, Giorgio, anche lui naviga a vista: ha lasciato le ambizioni da principe del foro. Ha il suo tran tran di clienti fissi dalle cause stupidine, una routine che gli permette di preparare atti quasi senza pensarci più su, e poi la sera andare al cinema a vedere i film in 3d con gli occhialini fighi, contento come un bimbo di dieci anni al Luna Park.

Quando ci si ritrova, tutti assieme o alla spicciolata, i discorsi sono forse più intimi di un tempo, quando parlavamo dei massimi sistemi, ma anche più stanchi, come ovattati. Non si discute più nemmeno di politica: i fatti che fino a due anni fa, appena accennati, avrebbero scatenato baruffe a sangue fra Destri e Sinistri, Centristi Eterni ed Estremisti in Servizio Permanente, ora a stento raccolgono qualche blando cenno di interesse. Non ci scanniamo neppure più su Berlusconi, pensa un po’, perché al sentirlo evocare tutti scuotono il capo come lo si scuote all’apparire in scena di un capocomico bolso, di cui si conoscono ormai a memoria tutte le battute e i cachinni.

Si programma qualche gita assieme, ci si confida l’ultima pena d’amore o l’ultimo successo d’alcova, le soddisfazioni o piccoli intoppi della vita quotidiana, i successi dei figli che crescono, le incazzature con i colleghi più o meno stupidi e i superiori.

Sono momenti d’intimità privata che ti confortano mentre li vivi, e poi però, quando ci ripensi, tornando a casa in macchina, lasciano un retrogusto strano di amaro in bocca, un senso di leggero soffocamento che non sai spiegare nemmeno tu: come se il tuo tempo ti scivolasse tra le mani, lasciandoti un sentore di vita che però evapora subito. Non stai male, anzi ti diverti e ridi. In un certo qual modo ti senti persino serena ed appagata da quel tuo piccolo mondo che viene riconfermato ogni volta, ed è il tuo rifugio sicuro, costruito con pazienza mattone su mattone, ora che il fuori non ti ha dato tutto quello che speravi e sognavi, o te lo ha dato, magari, ma la realtà si è poi rivelata tanto più banale di quanto pareva, immaginandola. Vedi davanti a te un orizzonte ristretto, che poi è quello che negli anni ti sei ritagliato, e, pur se la vista ti piace, resta sempre il dubbio che sia un po’ noiosa, o che avresti potuto ottenerne una di migliore, se solo avessi rischiato un po’ di più, se solo fossi stata disposta a rischiare. Poi cacci via quello stesso dubbio con un sospiro stanco, dicendoti che non sarebbe cambiato nulla, più di quello non potevi umanamente fare, perché questa storia dell’essere fabbri del proprio destino è solo una delle tante fole che ti raccontano e che hai bisogno di sentirti raccontare quando sei più giovane, ma tu le occasioni non le hai sprecate né rifiutate: alcune, molto semplicemente, non si sono mai presentate all’appello, o non c’era alcun appello a cui presentarsi, per te.

Così apri il finestrino della macchina, lasci entrare quella boccata d’aria fresca che invocano i polmoni, quasi rimpiangi di non aver cominciato a fumare, perché una sigaretta, ecco, una sigaretta ci starebbe proprio esteticamente bene, darebbe quel tocco di malinconia letteraria che al tuo personaggio manca, mentre corri in macchina nella notte, però con i fari accesi, perché sei una cittadina dabbene.

E ti domandi per l’ennesima volta, senza saperti rispondere, se a farti sentire sempre così fuori posto, e incompleta, e insoddisfatta, è il maledetto carattere che ti ritrovi, o l’età, o l’Italia.

30 Comments

  1. Sono momenti d’intimità privata che ti confortano mentre li vivi, e poi però, quando ci ripensi, tornando a casa in macchina, lasciano un retrogusto strano di amaro in bocca, un senso di leggero soffocamento che non sai spiegare nemmeno tu: come se il tuo tempo ti scivolasse tra le mani, lasciandoti un sentore di vita che però evapora subito. Non stai male, anzi ti diverti e ridi. In un certo qual modo ti senti persino serena ed appagata da quel tuo piccolo mondo che viene riconfermato ogni volta, ed è il tuo rifugio sicuro, costruito con pazienza mattone su mattone, ora che il fuori non ti ha dato tutto quello che speravi e sognavi, o te lo ha dato, magari, ma la realtà si è poi rivelata tanto più banale di quanto pareva, immaginandola. Vedi davanti a te un orizzonte ristretto, che poi è quello che negli anni ti sei ritagliato, e, pur se la vista ti piace, resta sempre il dubbio che sia un po’ noiosa, o che avresti potuto ottenerne una di migliore, se solo avessi rischiato un po’ di più, se solo fossi stata disposta a rischiare. Poi cacci via quello stesso dubbio con un sospiro stanco, dicendoti che non sarebbe cambiato nulla, più di quello non potevi umanamente fare, perché questa storia dell’essere fabbri del proprio destino è solo una delle tante fole che ti raccontano e che hai bisogno di sentirti raccontare quando sei più giovane, ma tu le occasioni non le hai sprecate né rifiutate: alcune, molto semplicemente, non si sono mai presentate all’appello, o non c’era alcun appello a cui presentarsi, per te.

    Dovrebbe essere scritto a caratteri cubitali dappertutto. Come si dice dalla nostre parti ormai più che sogni si tratta quotidianamente de “tirare vanti a careta”, scendendo a compromessi con te stesso con i tuoi sogni, le tue aspirazioni e nei casi peggiori con la tua coscienza per cercare di salvare quel poco che hai costruito fin qui. Magari per i tuoi figli sperando che possano avere quelle occasioni che tu non hai avuto.

    "Mi piace"

  2. Che tu abbia fatto tanto o poco non importa molto, alla fine, quando raggiungi un obbiettivo (grande o piccolo) è normale chiedersi: tutto qui? Un po’ come Alessandro Magno che, giunto in India, vede il mare e si mette a piangere, se ci pensiamo in maniera cinica, ha fatto tanto casino per raggiungere una spiaggia, come un qualsiasi vacanziero che vede Rimini dopo essersi fatto una coda stratosferica sull’A-14.

    Was it all woth it? Ne valeva la pena?

    Alla fine, per quanto ci sbattiamo o no, sarà sempre la nostra vita con noi come singoli protagonisti e no, la Delorean è stata un fallimento commerciale, per cui indietro non si può tornare

    🙂

    Cordialità

    Attila

    "Mi piace"

  3. non siamo fabbri del nostro destino; anzi, nemmeno c’è un destino: c’è l’insieme di noi e di ciò che ci sta intorno. però la delusione per una vita che ci ha tradito, quella resta.

    "Mi piace"

  4. uno scopo, uno in cui credere, ecco ciò che manca.
    non per nulla, a miei tempi (perdona se sono desueta), si diceva che dio è morto, marx ha la febbre e io … non mi sento bene.
    il problema del tempo “libero” che ti mangia la vita, è un vuoto che non si può colmare nella società attuale, nell’urbanità borghese, che ti fa sentire così, senza speranza, priva di utopie concrete.trent’anni fa lo chiamavamo “ritorno al privato”. ogni generazione gli dà un nome diverso.
    è questa rassegnazione quella di cui ha più bisogno il potere per dominarci.
    non piangerti troppo addosso, hai la salute, un lavoro, degli amici, è già molto.
    sai cosa dicevano i taiping? se non combattiamo, periremo; se combattiamo, periremo lo stesso; tanto vale combattere.
    CIAO BELLA

    "Mi piace"

  5. Sarò breve: il carattere, e l’età. Coelum non animum mutant qui tans mare currunt. Oppure, se vuole, hoc se quisque modo fugit. Non s’illuda, signorina.

    "Mi piace"

  6. Scusi, sig.ra Alice, “bella” sul piano connotativo o denotativo? Voglio dire, si riferisce alla foto che vediamo tramite il profilo del sig. Train o a sua esperienza diretta dal vivo? Oppure è, come dire, un amichevole modo di dire, o anche un incoraggiamento?

    "Mi piace"

  7. Dicesi “vecchiaia”.

    Delle persone, di un paese, di un periodo storico.

    Qualcuno o qualcosa alla fine muore, qualcuno o qualcosa poi rinasce. Tutto lì.

    "Mi piace"

  8. E’ il tuo carattere.

    E’l’età? Io faccio lo stesso e di anni ne ho 28 (ma nulla toglie che sia “vecchia dentro”, che brutta espressione…).

    E’ anche l’Italia, oggi, un paese vecchio e allo stesso tempo acerbo, dallo sviluppo interrotto.

    Ed è anche un po’ il rischio implicito nel tentativo di avere una visione panoramica della propria vita e di quella di chi ci sta intorno. Il rischio della generalizzazione che, per quanto si possa essere abili osservatori di sè e degli altri (e tu di certo lo sei!), ci prende un po’ la mano.

    No?

    "Mi piace"

  9. No, ribadisco: il carattere e l’età. La geografia non c’entra. La sig.na Galatea è di quelli che, a questo punto della loro vita, direbbero sempre le stesse cose, dovunque nel mondo si trovassero. Come la maggior parte di noi, del resto.

    "Mi piace"

  10. Non si può non condividere: parola per parola. Con una nota positiva, se si è in tanti a provare lo stesso disagio, lo stesso malessere, beh forse qualcosa può ancora cambiare. Può essere ancora cambiato.

    "Mi piace"

  11. No, non è l’età cara, ma ciò che ti circonda. l’Italia, le circostanze di vita. come sai, a me è successo l’opposto, una volta passati i 40 mi sono radicalizzata ancora di più sui miei ideali, sulle mie posizioni di vita, appassionata al mio lavoro come non lo ero mai stata. Ma sono circostanze. L’Italia è un paese vecchio, come ha scritto un tuo lettore, senza entusiasmo, allo sfascio.
    Detto questo però l’idea dell’agriturismo al sud della Francia neanche a me dispiacerebbe 😉

    "Mi piace"

  12. L’ultima frase è un capolavoro, condivisibile anche e soprattutto dopo i cinquanta; non direi però che l’Italia sia cambiata nell’ultimo periodo, crisi o non crisi, la società italiana non vuole cambiare, è una sua caratteristica, nemmeno per migliorare…
    un vecchio amico di mio padre, che aveva lavorato in vari paesi, diceva sempre che l’Italia è un bel paese per una vacanza, ma non per lavorarci; sono passati quarat’anni…

    "Mi piace"

  13. bè un buon passo è sentirsi ancora trentenne e non quasi quarantenne… Certo poi questo non cambia molto le cose fuori di noi… Il lasciar andare è una forma di potere e di cotrollo, per cui ti prendono per sfinimento; e in questo c’entra parecchio l’essere in Italia. Per il resto lavoriamo per sentirci dentro al meglio, per quanto possibile… Comunque un po’ di malinconia non guasta: c’è ci sostiene che è la madre delle opere d’arte. E tu ce ne dai prova nella tua scrittura!
    Bacioni!!!!

    "Mi piace"

  14. Macché. Se uno non volesse essere più troll sarebbe costretto ad attenersi al ruolo vista la cocciutaggine di molti scriventi. Il carattere, e l’età.

    "Mi piace"

  15. L´articolo mi ricorda la canzone Those Were The Days: bello, malinconico, poetico… vero.

    Congratulazioni! Ha davvero talento.

    Aggiungo due considerazioni:

    – Scrivere libri, per chi ha talento come lei, può dare ottime soddisfazioni, anche economiche. Se lo fa, penso che saranno il dentista e il consulente a scrivere di lei sul loro blog! 🙂

    – La situazione economica é davvero grave e probabilmente diventerá molto peggio nel resto della nostra vita (siamo coetanei). Questo é rilevante perchè dobbiamo decidere tra le opportunitá che potremmo perseguire e il rischio di perdere quello che abbiamo. Bene, data la situazione economica, penso che rischiamo poco. Meglio seguire i propri ideali e le proprie aspirazioni.

    Auguri!

    "Mi piace"

I commenti sono chiusi.