Teodorico, il re dei Goti che fu l’ultimo dei Romani

Accadde oggi: Chi fu l’ultimo dei Romani? Forse Teodorico, il re dei Goti, che morì a Ravenna oggi, il 30 agosto 526,

Teodorico re dei Goti

Teodorico, re dei Goti. Un re barbaro che potrebbe essere il protagonista di un poema epico classico, o forse di una tragedia. Perché nella vita di Teodorico c’è qualcosa di molto simile a quelle degli antichi eroi della mitologia greca e romana. Un intreccio di passione, destino, fortuna e rovina che da sempre lo resero qualcosa di più di un barbaro. Fu un esempio, una parabola.

Teodorico il re dei Goti che era poco barbaro

Ravenna mosaico palazzo di TeodoricoRavenna, mosaico raffigurante il palazzo di Teodorico

Teodorico era il re dei Goti. Che noi sempre identifichiamo come barbari e avversari dei Romani. Ma i Goti, all’epoca di Teodorico, erano oramai un popolo che con i romani aveva trovato intese politiche e considerava in fondo l’impero come casa sua. I Goti di Teodorico, infatti, dentro all’impero ci stavano benissimo. I loro re erano generali apprezzati a Bisanzio e a Ravenna. Facevano carriera nei ranghi dell’esercito, ma non solo. Li ritrovavi anche nelle liste di consoli a Costantinopoli, vestiti di belle toghe, come Gainas e Aspar. Amavano i giochi del circo, le corse delle bighe, la cultura. Qualche volta, accarezzavano persino in segreto l’idea che prima o poi uno ce l’avrebbe fatta a diventare imperatore.

Teodorico un goto cresciuto a Costantinopoli

Teodorico poi a Costantinopoli c’era cresciuto. A corte, per essere precisi. Assieme alla meglio gioventù e ai figli dei patrizi. Perché Teodorico era stato inviato dal padre come ostaggio, ma il bello degli ostaggi era questo. Che venivano trattati come principi finché i padri rimanevano fedeli ai trattati. E il padre di Teodorico fu fedele, quindi il figlio crebbe tranquillo e coccolato.
Teodorico a Costantinopoli era pure amato e apprezzato. Del resto era un ragazzo sveglio e un comandante efficiente. Pure troppo. Zenone, imperatore soldato anche lui, e non meno barbaro in fondo di Teodorico, viveva il giovane comandante goto come una presenza ingombrante. Così decise di offrirgli l’Italia. C’era solo quel piccolo particolare fastidioso, che era in mano ad Odoacre. Ma figuriamoci se per Teodorico far fuori un altro comandante poteva mai essere un problema.
Infatti lo fa fuori, con gotica efficienza. E Ravenna è sua.

Teodorico, un re romano barbarico e un funzionario dell’impero romano

Nei libri di scuola si legge che quello di Teodorico fu il primo regno romano barbarico. in realtà Teodorico ripropose senza nemmeno porsi troppe domande quella che era la consolidata prassi di Costantinopoli. Ai barbari l’esercito, ai Romani e ai Greci l’amministrazione. Per chi come lui era cresciuto a corte non si trattava di niente di sconvolgente, o di innovativo. Amava occuparsi dei problemi di Stato e poi conversare con gli intellettuali romani che erano sui amici, come il filosofo Boezio e Cassiodoro. O leggere i bei manoscritti che il suo amanuense Viliaric gli preparava. Non trovava niente di strano nel fatto che lui, Goto di origine, fosse in Italia sia il re del suo popolo che il legittimo luogotenente dell’imperatore. Per tutta la vita Teodorico questo si considerò. Un re dei suoi ma un funzionario dell’impero. Che gestiva con l’Italia con la cura che mette un buon padre di famiglia.

Boezio e Cassiodoro, i due amici di Teodorico

Ma il mondo intanto cambia, e Teodorico con lui. È arrivato in Italia come un giovane ed irruente re barbaro, contento di prendersi una terra per i suoi e amministrarla, seppure in nome dell’imperatore. Ma poi gli anni passano, e quella terra la sente sua. Costantinopoli per una ventina d’anni e risucchiata dalle sue beghe interne, di Stato e soprattuto religiose. L’’imperatore Anastasio dal papa di Roma viene considerato un eretico fatto e finito, e litigano ferocemente. Non che Teodorico sia meno eretico, perché è cristiano, ma ariano. Ma insomma, almeno con lui si può ragionare e si tiene a corte una serie di funzionari Romani che fanno da cuscinetto. Boezio e Cassiodoro sono solo i nomi più noti di questa cintura di romani che amministrarono l’Italia in nome e per conto di un barbaro, ma come se fosse ancora una provincia dell’impero.

Teodorico e il nuovo impero di Giustiniano

Ritratto di Giustiniano
Ritratto dell’imperatore Giustiniano, San Vitale, Ravenna

Teodorico li considerò soprattutto suoi amici, perché almeno nei primi dieci, quindici anni di regno non vedeva queste grandi barriere alla collaborazione. Era tollerante dal punto di vista religioso, e per niente prevenuto dal punto di vista etnico. Insomma, per lui non importava chi veneravi o chi erano i tuoi genitori, l’importante è che fossi pronto ed efficiente a servire lo Stato e il re. Teodorico, insomma, era un romano fatto e finito.

Ma il tempo passa e le circostanze mutano. Teodorico è uno dei motori del cambiamento, ma ne resta anche spiazzato. I suoi Goti, quelli che si è portato appresso in Italia, sono per mentalità meno romani di lui. Alla seconda generazione cominciano a pensare che in fondo sono loro i padroni, e mal tollerano i funzionari romani che hanno mantenuto la loro arietta di superiorità e li trattano spesso comunque come rozzi barbari da tenere a freno.
E anche Teodorico cambia. Si sente sempre più re di un regno suo. Comincia a fare sogni dinastici. Sposa la figlia Amalasunta con un principe goto dell’Iberia, la sorella Amalfrida con il re dei Vandali, un’altra figlia ad un re dei Franchi. Immagina, forse in modo confuso, un Occidente pacificato e legato a lui da mille fili dinastici, economici, politici. No, forse non un impero, ma qualcosa di nuovo e di molto simile, che gli permetta di trattare anche l’imperatore di Costantinopoli come un pari.

La politica di Teodorico

Povero Teodorico, però. La sorte gli rema contro. Il genero Eutarico muore presto, scarsamente rimpianto. Il nipote è un bambinetto che nemmeno promette tanto bene. La figlia Amalasunta è sveglia, colta, invece, e sarebbe in grado di diventare una buona regina. A parte il piccolo particolare che fra i Goti le donne non governano.
A Costantinopoli intanto sale al trono un nuovo imperatore, Giustino, che poi è lo zio di Giustiniano, messo sul trono dal nipote, che è anche il suo burattinaio. Giustino non ha certo un gran fiuto per la politica, ma è bigotto quanto basta per ricucire subito tutti gli strappi coi papi. E così Teodorico si ritrova fregato. Lui è di nuovo solo un re barbaro e ariano che comanda una terra in cui il Papa va d’accordo con l’imperatore.

È vecchio, Teodorico, e per erede ha un bimbo orfano e una figlia che a corte è poco amata perché troppo legata al partito dei romani. È amica di Boezio, di Cassiodoro, parla latino e greco, e forse, se potesse, vorrebbe una vita a Costantinopoli con un nuovo marito, magari proprio quel Giustiniano che è ministro e futuro erede dell’impero. Al vecchio Teodorico pare di non controllare più le cose che gli capitano attorno. La sorella Amalafrida viene ammazzata malamente, dopo che l’hanno cacciata dal trono, da parte dei nuovi re vandali, che sono amici di Giustiniano.
Lui comincia davvero a pensare che quel maledetto intrigante voglia farlo fuori, riprendendosi l’Italia.

La morte di Teodorico e lo scoppio della guerra Gotica in Italia

Inizia così la parabola discendente di Teodorico. Forse favorita da una malattia che lo rode da dentro, forse semplicemente dall’età che avanza, che rende gli uomini insicuri e li spinge a vedere complotti ovunque. Sospetta. Di Boezio, che scrive troppo a Bisanzio e a Giustiniano. Dei suoi amici di sempre. Ha scatti d’ira immotivati e funesti, che il partito gotico sfrutta. Boezio finisce sotto inchiesta e poi decapitato. Probabilmente è innocente, ma non è escluso che qualche altro con Costantinopoli davvero coltivi rapporti stretti, al limite del tradimento. I Papi sono ambigui, i suoi cortigiani sembrano aver già archiviato il suo regno e pensare alla successione. E lui si sfoga, mandando a morte chi appena appena lo contraddice, inviando a Costantinopoli papi che tratta come lacchè e imprigiona quando tornano con le pive nel sacco.
Teodorico vede nemici ovunque. Vaga per il palazzo di notte, quando non riesce a dormire. Ha frequenti crisi d’ira, beve troppo. Forse si sente spaesato in mondo che non riconosce più e non sente suo.

Giustiniano, Narsete e Belisario
L’imperatore Giustiniano e i due generali della guerra gotica, Narsete e Belisario

È il 30 agosto del 526. A Ravenna fa un caldo afoso che ti piglia la gola come una morsa. È una città nata da una palude, e d’estate torna ad essere un pantano. Teodorico è a tavola, gli servono un pesce. Un barbaro che mangia un pesce già la dice lunga su quanto Teodorico si comportasse come un romano.
Ma ha un capogiro improvviso, e una allucinazione. La testa del pesce si trasforma. Diviene quella del suo amico e consigliere di sempre, Severino Boezio. Che Teodorico ha fatto mandare a morte un paio d’anni prima, accusandolo di tradimento. Invece ora è lì, sotto forma di pesce, che lo accusa per quella sentenza ingiusta.
Teodorico urla. Scappa via. Lo trattengono a forza e lo portano nelle sue stanze. Gli sale la febbre. Non si riprenderà più. Morirà qualche giorno più tardi, consumato dalle febbri e dai sensi di colpa, mentre i cortigiani fra loro lo ignorano e cercano di capire come posizionarsi rispetto a chi gestirà il potere.

Teodorico l’ultimo dei Romani?

Muore così, Teodorico. Come il protagonista di una tragedia antica: mentre combatte solo con i suoi fantasmi. Il regno goto finirà di lì a poco, consumandosi in una guerra con i Bizantini. Il nipote morirà giovinetto, stroncato dagli stravizi che i principi goti gli permettono per tenerlo buono. Amalasunta tenterà come ultima mossa dinastica di offrirsi in sposa a Giustiniano, irritando la moglie di lui, Teodora, e poi finirà uccisa da un cugino, forse proprio per ordine di Teodora stessa. I papi brigheranno per cacciare i barbari eretici e la penisola si trasformerà in una terra devastata dalla guerra, dalla peste, dalla miseria.
Inizierà il vero Medioevo.
A Teodorico sarà risparmiato almeno tutto questo. Non gli avrebbe fatto piacere. Era un goto. Ma in fondo, era anche l’ultimo dei romani.

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