Romolo Augusto, il ragazzo che fece finire l’impero

Accadde oggi: il 4 settembre del 476 veniva deposto Romolo Augustolo, imperatore Romano meteora che però fu sorse uno dei più fortunati nel caos del Medioevo.

Allora, chiariamoci. Romolo Augusto, al di là del nome altisonante e di quello che vi hanno detto a scuola, non fu tecnicamente nemmeno imperatore. Fu un ragazzo che arrivò sul trono per caso e ci rimase meno di un soffio. E per sua fortuna, verrebbe da dire.

La famiglia di Romolo

I nomi sono belli e latinissimi, ma la famiglia di Romolo Augusto era una famiglia mista e meticcia. Il padre Flavio Oreste era un barbaro, originario della Pannonia, regione che era stata invasa dagli Unni e quindi Flavio si era ritrovato ad essere un profugo, sebbene di lusso. Aveva fatto carriera all’interno dell’esercito romano, come Odoacre, ed era arrivato a diventare patrizio e a sposarsi benissimo. La moglie di Flavio Oreste, infatti, era la figlia del governatore del Norico, il comes Romolo, da cui il nipote prese il nome, e che si era distinto come ambasciatore ai massimi livelli, andando a contrattare con Attila e altri re barbari. Questo era il bello delle famiglie romane tardo antiche, che erano una sorta di laboratorio di integrazione, in cui i nonni erano romani, i padri romanizzati, i figli seconde generazioni che potevano persino diventare imperatori. Un melting pot che la New York di oggi gli fa un baffo, insomma.

Il punto di rottura nel tardo impero avviene per colpa di un imperatore di cui pochi si ricordano e dall’altisonante nome di Marco Mecilio Flavio Eparchio Avito. Avito era un gran signore, padrone di mezza Gallia di suo. Faceva parte di quella grande aristocrazia gallica che era ormai romana dai tempi di Giulio Cesare e si considerava quindi fra le più antiche dell’impero.

Lo scontro con Avito

La Gallia fra i vari territori dell’impero era uno di quelli che ancora reggevano botta, e nelle belle ville immerse nella campagna i tumulti di Roma e i disastri arrivavano attutiti come echi lontani. I Gallo Romani pasciuti e tranquilli avrebbero voluto prendere fisicamente le redini dell’impero, esautorando i vecchi senatori italici e romani. Che ovviamente non ci sentivano e si mettevano di traverso. Avito è un prodotto e un rappresentante di questa lobby. E di conseguenza sta parecchio sulle scatole a tutto il resto.

Ricimero e Maggioriano cominciano a mordere il freno, Costantinopoli resta nei confronti dell’imperatore occidentale molto freddina. Alla fine Avito viene travolto e fatto fuori da Ricimero e Maggioriano temporaneamente alleati. Fa una brutta fine e oscura, perché sappiamo che viene fatto fuori ma non sappiamo precisamente nemmeno come.

Giulio Nepote, l’aristocratico romano che un un imperatore meteora

Tolto di mezzo Avito, c’è la breve e fulminea parentesi di Anicio Olibrio, uno dei soliti Anici che arrivano al potere fortunosamente e ci restano meno di uno starnuto.

Sant’Apollinare Nuovo, Ravenna, palazzo imperiale

Appena sparisce, risucchiato da Genserico dei Vandali, di cui diviene cognato, entra in scena Giulio Nepote. Era un lontano discendente di quel Giulio Nepote che aveva scritto le vite dei Cesari in tempi lontani e invece parente più diretto di un tal comes Marcellino che si era ritagliato un potere personale prendendosi l’intera Dalmazia come se fosse casa sua.

In realtà Nepote fu un imperatore dimezzato, perché il suo rivale forte era Glicerio, che fu una spina nel suo fianco ed era supportato da un’altra lobby.

Arriva Romolo (o meglio Flavio Oreste)

Mentre Glicerio e Nepote cercano di farsi fuori reciprocamente, Flavio Oreste a questo punto decide di giocare in proprio e prendersi io potere.

È un barbaro, ma si è scocciato: ha più esperienza di tutti questi senatoruncoli romani ambiziosi ma cretini, e quindi non vuole più prendere ordini da nessuno.

Quindi, anche se Nepote lo aveva innalzato al rango di di magister militum, non gli basta più. Prende i suoi eserciti e decide di invadere Ravenna. Nepote fugge nella sua Dalmazia, e continuerà a strepitare di essere sempre l’imperatore in carica. Non se lo filerà nessuno, nemmeno a Costantinopoli.

Dittico imperiale di Boezio

Romolo Augusto, poverello

E veniamo a lui, Romolo Augusto, il protagonista di questa storia, che è tanto protagonista che, porello, finora non ha avuto nemmeno una menzione sua.

Era un ragazzino. Non sappiamo nemmeno se fosse sveglio, o intelligente. Era in quell’età in cui puoi essere ancora tutto, ma non si capisce bene.

Oggi un ragazzino poco più che quattordicenne a stento può guidare un motorino. Lui venne preso dal padre e messo, almeno formalmente, a guidare un impero. Che si schiantasse era prevedibile, ma non fregava a nessuno.

Quello che contava per Flavio è che Romolo al contrario di lui e di Odoacre era mezzo romano, e quindi potevano contrabbandarlo agli schizzinosi senatori come un romano fatto e finito.

Quindi vai, piccino. Seduto sul trono Romolo non contava nulla. Il problema è che anche il padre si trovò con le armi spuntate. Per far salire al trono il figlio, aveva avuto bisogno dell’aiuto di Odoacre. Cui aveva promesso una distribuzione di terre ai suoi uomini per convincerli a mazzolare Nepote.

È che le terre avrebbe dovuto recuperarle togliendole ai fondi dei senatori romani. Eh, sì, ma diglielo ai senatori che devono cedere un terzo delle loro terre! Come viene fuori la proposta, a Flavio si trova di fronte ad un muro. I senatori dicono no, Odoacre si infuria. Dalle parole si passa ai fatti. Odoacre muove contro Ravenna.

La fine di Flavio e il ritiro di Romolo

E siamo qua, al 4 settembre del 476. Odoacre e i suoi uomini fanno irruzione nella villa di Flavio Oreste. Spaccano tutto e sgozzano chi gli si pari davanti. Così muoiono Flavio Oreste e forse anche la moglie. Resta il piccino, Romolo, che è un ragazzetto spaventato, e ce lo possiamo immaginare terrorizzato a nascondersi in qualche cantone della reggia.

Odoacre, che è barbaro ma forse non è una così cattiva persona, fa una cosa che non ci si aspetterebbe in tempi così terribili. Non ammazza Romolo. Si limita a deporlo dal trono e mandarlo come prigioniero a Napoli.

È una prigione dorata, in quello che oggi probabilmente è Castel dell’Ovo. Qui Romolo nostro vive fini ai quarant’anni. Ha una cerchia di accompagnatori che gli stanno vicino. C’è anche il sospetto che alcuni di questi siano agenti infiltrati da Costantinopoli. Uno di questi pare che sia stato Fulgenzio sia Ruspe, prete inviso agli ariani per la sua ortodossia cattolica, che i vandali butteranno fuori dalle loro terre e che pare che sia stato ispiratore di molti di coloro che furono compagni e amici di Romolo. Il quale pare che negli ultimi anni abbia trasformato la sua villa in una sorta di convento o di circolo di preghiere.

Morì a quarant’anni o poco più. Forse non avrà avuto una vita particolarmente felice, povero ragazzo. Ma nel gran caos del Medioevo, è uno di quelli a cui alla fin fine, è andata meno peggio.

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