Il senso dei Greci per la Tragedia (e il Covid e l’Ucraina)

Il senso dei Greci per la tragedia

Quello che ti colpisce dei Greci è la tragedia, perché la tragedia in fondo è la loro grande invenzione. La sola cosa forse veramente innovativa che essi abbiano scoperto e che non sono in fondo riusciti a trasmettere a nessuno.

La tragedia non è, come molti pensano, il racconto di una serie di sfortune che capitano ad un eroe o ad una famiglia. Non è un cumulo di sfighe. Quello a raccontarlo son capaci tutti. La tragedia è una situazione senza uscita e senza possibile soluzione, perché non c’è modo di risolverla onorevolmente, nemmeno con la morte dell’eroe. La tragedia è un garbuglio in cui tutti hanno ragione e torto assieme, e qualsiasi cosa facciano, qualsiasi decisione prendano, siano codardi, eroici, rassegnati, pii o empi, non hanno modo di uscirne e di salvarsi davvero. La tragedia è un gioco a somma zero, una partita in cui tutti perdono sia che seguano le regole sia che facciano i furbi, e alla fine tutti, furbi, stupidi, buoni e cattivi vengono travolti, senza che ci sia nemmeno un perché. La tragedia è qualcosa che in fondo non ha senso: ti ci trovi in mezzo e ti ci barcameni, o provi a farlo, con la consapevolezza che non ne uscirai vivo e non capirai mai alla fine se avevi torto o ragione, se quello in cui hai creduto è vero o falso, se valeva la pena soffrire o no, perché il Fato e gli dei sono distanti, e forse non esistono neppure, oppure sono distratti, imperscrutabili o solo indifferenti alla nostra esistenza e a quella del cosmo intero.

Ecco, la tragedia greca è questa roba qui, ed è per questo che regge dopo secoli, e dopo secoli ancora ti devasta. Perché colpisce e descrive l’insicurezza umana più profonda, il dubbio di non avere senso, e che un senso in fondo non ci sia. I Greci hanno inventato la tragedia perché volevano allenare gli esseri umani alla vita, che non è consolante, che non è logica, che non è giusta e non rispetta le nostre regole, perché non ne ha.

Noi moderni abbiamo smesso di scrivere tragedie perché siamo convinti di poter essere padroni del nostro destino, di determinarlo, di guidarlo, di essere premiati per i nostri meriti, per i nostri sforzi. Siamo convinti di venire a capo del caos del mondo, e che il caos sia governabile da noi. Per questo non scriviamo più tragedie, e quando ci troviamo ad affrontarle come con la pandemia e con la guerra, siamo spaesati e restiamo sconvolti di fronte a un cumulo di eventi che ci valanga o addosso, più grandi di noi, privi di senso, e che non riusciamo a controllare. Non riconosciamo le tragedie, e le neghiamo, cercando di trovare dei cattivi da incolpare, una logica, un qualcosa che ci riporti al nostro mondo ordinato in cui siamo padroni e in cui in fondo le tragedie, ci siamo illusi, non sarebbero esistite più.

E invece le tragedie continuano ad accadere, al di là del nostro controllo, al di là del nostro potere, che si chiamino Covid o guerra in Ucraina. E non c’è un modo per uscirne salvi, perché sono tragedie e qualunque cosa fai, non puoi evitare la sofferenza, l’ingiustizia, l’impotenza e la frustrazione. È un nodo gordiano che non si può sciogliere, e nemmeno tagliare, e non si risolve: ti stritola e basta.

I Greci la sapevano, come al solito, più lunga di noi.

Patti chiari, amicizia lunga: voi potete scrivere quello che volete, io posso bloccare chi mi pare

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